Le parole d’ordine con la Gelmini erano maestro unico e grembiule, quella di Sacconi è la lotta ai falsi invalidi. Che esistono, naturalmente, e vanno combattuti, ma che – come hanno detto oggi le associazioni venute alla Camera – non possono essere combattuti sulla pelle degli invalidi veri. Il guaio è che, dalle nostre parti, la disabilità non fa mai notizia: e così, mentre almeno sulla scuola si è vista una mobilitazione generale, qui temo che l’opinione pubblica rimanga a guardare il dito, mentre la luna – il taglio da 20 miliardi di euro deciso dal governo, e che la stessa Corte dei conti ha dichiarato “impraticabile” – resterà ben nascosta sullo sfondo.
Normalmente, durante un’audizione, gli esperti convocati a Montecitorio si presentano con alcune proposte di modifiche della legge in esame, cercando di migliorarla secondo il loro punto di vista; le associazioni dei disabili, invece, sono venute provocatoriamente a mani vuote, rifiutandosi di sottoporci dei possibili emendamenti al testo Sacconi perché – parole loro, testuali – “il testo Sacconi è inemendabile”. L’Italia, che fino a qualche anno fa era un modello in Europa per il welfare, spende ora meno della Polonia e come la Bulgaria: lo Stato sociale creato mezzo secolo fa, hanno denunciato le associazioni, è in via di smantellamento, e con questi tagli “si ritorna agli anni Cinquanta, quando le famiglie che avevano un disabile in casa lo mandavano in istituto perché non avevano i mezzi per tenerlo”. I tagli sono programmati su tutti i fronti: pensioni di invalidità, assegni di accompagnamento, detrazioni e deduzioni per i familiari; considerato che l’82% dei disabili non ha un lavoro, ossia una fonte di reddito propria, senza quelle poche centinaia di euro garantite ogni mese dal welfare la vita per loro si complica ulteriormente, e per le famiglie – 3 milioni di italiani, mica uno scherzo – si avvicina lo spettro della soglia di povertà. È stata una seduta molto toccante, questa della Commissione Affari sociali, con le associazioni che continuavano a protestare anche a microfoni spenti, e la maggioranza che, imbarazzatissima, tentava di rassicurarli: la Lega l’ha messa sul sentimentale (“Noi vi abbiamo a cuore”), ma nessuno si è commosso; il Pdl ha affidato la difesa d’ufficio al capogruppo Barani, che ha minacciato di dimettersi da relatore se verrà fuori un testo “brutale” e – soprattutto – ha cercato di rassicurare le associazioni presenti con la singolare tecnica difensiva del “non preoccupatevi, perché il testo non è ancora diventato legge”. Ma la cosa più triste, dal mio punto di vista, è stata l’assenza del governo: il ministro Sacconi non si è presentato, né ha mandato uno dei due sottosegretari, ad ascoltare le ragioni dei disabili. La prossima volta che farà il paladino della vita non mancheremo di ricordarglielo.